Quando mi venne diagnosticato il diabete alimentare, cominciai subito a cercare informazioni in rete. I miei genitori avevano entrambi sviluppato questa patologia già da un decennio, ma finché il problema non mi ha toccato personalmente non ho sentito l'esigenza di approfondire la questione.
Scoprii subito che esistono due tipi di diabete molto diversi fra loro (quello di tipo 1 insulino-dipendente e quello di tipo due o alimentare) e che l'unico mammifero in grado di guarire dal diabete alimentare è un topolino (Psammomys obesus) molto speciale. Questo roditore che vive in Africa e Medio Oriente sviluppa il diabete quando conduce vita sedentaria e assume carboidrati in eccesso, ma se poi torna a fare attività fisica e ad assumere le giuste quantità di cibo... riesce a guarire.
Dopo aver ricevuto la notizia dal mio medico, ripensai alle parole che un mio zio aveva pronunciato alla mia richiesta di informazioni sul responso del suo medico in seguito ad analisi del sangue "stimolate" da alcuni segnali preoccupanti che avevano evidenziato l'insorgenza del diabete alimentare: "Il dottore ha detto che devo campà male pe' morì bene. Te ricordi quei bei bicchieri di vino, quei pezzi de cacio, quella schiaccia colla mortazza? Beh, ha detto che per me ste delizie so' finite per sempre".
Dal diabete non si guarisce, è vero, ma certamente è possibile compensarlo in modo tale da annientare il rischio delle pericolosissime conseguenze a medio e lungo termine dell'iperglicemia, che si abbattono, tra gli altri, su organi vitali quali cuore e reni. Eliminando il grasso in eccesso e implementando un'attività fisica regolare, infatti, è possibile tenere sotto controllo il diabete recuperando valori perfettamente normali (glicemia, emoglobina glicosilata).
Prendiamo il mio caso. Dopo l'ennesima cena pantagruelica, annaffiata da abbondanti libagioni, mi svegliai nel cuore della notte con una strana sensazione e capii che qualcosa non andava. Non era la prima volta, ma sulle prime non avevo ricollegato queste sensazioni agli eccessi a tavola. Al mattino trovai sangue nell'urina e la cosa mi preoccupò moltissimo: il sangue nell'urina può essere dovuto anche ad una semplice cistite - ed era questo il caso - ma... a mio padre avevano diagnosticato il diabete in seguito ad analisi del sangue "stimolate" proprio da una cistite. La cosa mi insospettì e preuccupò non poco.
Andai a fare le analisi e due ore dopo mi chiamarono a casa chiedendomi se avessi il diabete. Dissi che non mi risultava, ma l'interlocutore replicò dicendo che dovevo passare a prendere i risultati per portarli al più presto dal mio medico curante. Glicemia a 152 e glucosio nell'urina: diabete alimentare.
Si consideri che tra la manifestazione della cistite e il prelievo sanguigno passò circa una settimana, durante la quale mangiai in bianco e abolii ogni tipo di alcolico (non sono mai stato alcolizzato, ma certamente ero un bevitore gagliardo, soprattutto nelle occasioni di convivialità): se avessi fatto le analisi il giorno dopo la cena... chissà che valori sarebbero venuti fuori!
Ebbene, dopo aver perso 50 chili ed aver radicalmente cambiato stile di vita e alimentazione, i miei valori sono tornati perfettamente nella norma: 85 glicemia (al mattino), 5.2 emoglobina glicosilata (che esprime il valore medio della glicemia nell'arco degli ultimi 3 mesi circa. Fino a 6 il valore è ritenuto nella norma, per un diabetico l'obiettivo è contenerlo entro il valore 7).
E' evidente che, ove riprendessi i chili perduti e ricominciassi a mangiare e bere come un tempo, certamente tornerei a sballare tutti i valori e a soffrire delle conseguenze dell'iperglicemia, ma non è questo il punto. Il punto è che una malattia dalle conseguenze potenzialmente letali può essere curata senza medicine, semplicemente acquisendo uno stile di vita più sano.
Per un obeso come me, i vantaggi di una simile scelta non si sono limitati alla salute fisica: il maggiore giovamento l'ho tratto sul fronte psicologico, perché oggi mi sento felice ed ho acquisito una maggiore sicurezza nelle mie capacità, con conseguente benificio in termini di autostima. Insomma, tanti piccioni con una fava.
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